Presentazione

Scopo di questi “Appunti” è quello di fare luce sui fatti accaduti durante le “4 giornate di Napoli”, ovvero nei giorni della contestazione al terzo Global Forum sull'e-government.
Particolare attenzione, naturalmente, è stata dedicata alla giornata del 17 marzo 2001, alla descrizione degli avvenimenti che in prima persona gli individui presenti alla manifestazione internazionale contro la globalizzazione neoliberista hanno vissuto, quindi conosciuto e poi raccontato.
Questi “Appunti” sono scevri da osservazioni o analisi politiche fatte dalle associazioni, dai sindacati di base, dai centri sociali, dai collettivi degli studenti e da tutte quelle variegate sigle che hanno reso possibile la costruzione della mobilitazione aNapoli.
Coloro che hanno ritenuto opportuno rilasciare queste dichiarazioni sono donne ed uomini d’ogni età, studenti, lavoratori dipendenti ed autonomi, disoccupati, liberi professionisti, in alcuni casi adolescenti alla loro prima manifestazione. Queste testimonianze, in breve, rappresentano tutte quelle variegate realtà che hanno deciso di essere voci partecipi di un reale cambiamento dello stato di cose presenti; rappresentano, ancora, la forma più evidente di quanto sia stata composita e pluralista la manifestazione del 17 marzo2001.
È chiaro, in ogni caso, il senso che hanno le testimonianze qui raccolte (anche se si trovano in una forma ancora embrionale ed in attesa di una più ampia diffusione anche grazie alla pubblicazione di un vero Libro Bianco sulle vicende del controvertice), così come è chiaro l’obiettivo di tutte quelle persone che, testimoniando, hanno messo in moto un processo conoscitivo non filtrato da organi di stampa né, tanto meno, da preconcetti su quanto accaduto: fare luce su quanto successo nei giorni tra il 14 ed il 17 marzo, fare conoscere la verità in ordine alle pratiche messe in atto da tutti i corpi dello Stato italiano che detengono il monopolio dell’uso della violenza.
Per fare ciò abbiamo preferito lasciare anonime le dichiarazioni avute e questo soprattutto per due motivi strettamente connessi tra loro: da un lato la garanzia dell’anonimato ha permesso ai dichiaranti di raccontare tutto quanto fosse loro accaduto senza alcun timore; dall’altro l’anonimato garantisce i dichiaranti rispetto a non improbabili forme di ritorsione che altrimenti avrebbero potuto subire.
Le testimonianze rilasciateci evidenziano chiaramente non solo la brutalità delle “Forze dell’ordine” nel momento centrale della manifestazione del 17 marzo, quanto, piuttosto, l’esistenza di una strategia intimidatoria e violenta messa in campo sia prima sia dopo lo svolgersi del corteo che ha visto la partecipazione di oltre 30.000 persone.
Si potrebbe cominciare con il ricordare il comunicato stampa emesso dalla segreteria provinciale del SIULP (sindacato italiano unitario lavoratori della polizia) il 12 marzo 2001 che, rivolgendosi alle persone intenzionate a manifestare così come al potere politico ed amministrativo dello stato italiano, sembrava configurare le Forze di Polizia quale potere autonomo, non vincolato ad alcun altro; si potrebbe continuare ricordando quanto successo in occasione della “Street Parade” del 14 marzo, quando, improvvisamente, tre macchine dei carabinieri sfrecciarono ad alta velocità lungo la strada attraversata dal corteo (Piazza Matteotti), rischiando di investire ben più di una persona. Inutile dire che tutte le altre strade erano sgombre da automobili.
È impossibile, invece, volere descrivere, in questa sede, ciò che per giorni donne ed uomini hanno raccontato ricordando particolari che avrebbero voluto dimenticare quanto prima.
È impossibile, in questa sede, volere riprodurre le sensazioni di paura, inganno, violenza fisica e psicologica provate da tutti coloro che hanno spontaneamente deciso di testimoniare le loro terribili esperienze al momento delle cariche delle “Forze dell’ordine”, al momento del loro trasporto negli ospedali e da li alle caserme o ai commissariati.
Tutto ciò è possibile coglierlo (e parzialmente) soltanto leggendo le dichiarazioni che qui fedelmente riportiamo.
Ora, però, è possibile evidenziare alcuni aspetti particolarmente sconcertanti che queste persone hanno descritto nel ricordare la giornata del 17 marzo 2001 ed è possibile trarne alcune considerazioni di più ampia portata.
Pressati dalla documentazione video e fotografica prodotta tempestivamente dal network di controinformazione della rete No Global e dalla collaborazione spontanea di molti operatori dell’informazione colpiti dalle scene viste in Piazza Municipio, la questura e il ministero degli interni hanno cominciato ad ammettere la possibilità di singoli episodi in cui la truppa, sovraeccitata, avrebbe perso il controllo della situazione.
Dai dati raccolti emerge, invece, un quadro molto più sistemico e con esso l’intenzione dei vertici della questura di dare una risposta “memorabile” alla più grande manifestazione autorganizzata che Napoli abbia vissuto da circa vent’anni a questaparte.
La sensazione che emerge, da un’attenta lettura di queste pagine, è quella di una repressione tanto più feroce in quanto non indirizzata verso singole persone o limitata ad atteggiamenti eccessivi di singoli “Tutori dell’ordine pubblico”.
Emerge chiaramente la volontà dei corpi armati dello Stato italiano di trasformare Piazza Municipio in una gabbia da cui fosse impossibile uscire.
Le descrizioni rilasciate evidenziano l’accuratezza con cui il coordinamento delle “Forze dell’ordine” ha evitato di lasciare una qualsivoglia via di fuga per coloro che erano stati rinchiusi nella “Gabbia” Municipio.
Questo ha creato panico e senso di impotenza dei manifestanti nei confronti di uomini armati dallo stato; ha generato una situazione tale da costringere ragazzini di quindici anni a gettarsi in fossati alti oltre i dieci metri pur di sfuggire alla rabbia di uomini armati dallo stato.
Dalle dichiarazioni emerge come le “Forze dell’ordine” abbiano caricato i manifestanti da ogni punto della “Gabbia” Municipio: da via Leoncavallo, da via Verdi, da via Medina, da via De Pretis, dalle strade che portano verso il molo Beverello…
Viene più volte evidenziato come gruppi di manifestanti siano stati spinti verso punti insicuri della “Gabbia”, a ridosso del fossato del Maschio Angioino, ad esempio, ammassati e “Protetti” da una ringhiera troppo instabile e troppo bassa per fare da argine verso il vuoto.
È stata riscontrata la fermezza delle “Forze dell’ordine” nell’impedire agli operatori sanitari del 118 di svolgere il loro lavoro di pronto intervento e di trasporto di persone, gravemente ferite, verso gli ospedali.
Ma le testimonianze vanno anche molto oltre quello che è accaduto nella “Gabbia” allestita temporaneamente in occasione della repressione di una grande manifestazione democratica.
Si evince la crudeltà di Polizia, Carabinieri e Guardia di Finanza all’interno degli ospedali e le pressioni portate nei confronti del personale medico e paramedico al fine di rendere meno tempestive le cure aiferiti.
Vengono rese pubbliche le violenze fisiche e psicologiche subite dai fermati all’interno dei drappelli di polizia allestiti negli ospedali, delle caserme e dei commissariati (in particolare la caserma “Raniero”). Violenze difficilmente dimostrabili se non mediante un riscontro congiunto delle dichiarazioni delle donne e degli uomini che le hanno dovute subire.
Si potrebbe continuare con le descrizioni dei fatti e dei soprusi ma, lo ripetiamo, nulla è più chiaro (e più doloroso, allo stesso tempo) delle testimonianze rilasciateci.
Ci preme sottolineare, però, il dato più importante di questa raccolta: le persone ed i loro racconti testimoniano quanto siano state premeditate le azioni portate avanti dai diversi “Monopolisti dell’uso della forza”, quanto siano state studiate in ogni minimo dettaglio e ben prima che il corteo giungesse a “Gabbia” Municipio e quanto è stato posto in essere al fine di occultare prove, terrorizzare persone, procurarsi dichiarazioni assolutamente non veritiere perché rilasciate sotto minacce di violenze o sulla scorta di violenze già compiute.

Ma dalla “Gabbia” si è usciti, più forti ed orgogliosi di prima.

Le responsabilità di quanto accaduto, a questo punto, non possono essere limitate a “schegge impazzite” all’interno della Polizia, dei Carabinieri e della Guardia di Finanza, a singolicasi d’eccesso all’interno di una gestione ineccepibile degli avvenimenti. Sono responsabilità che vanno addebitate ai vertici di queste strutture ed in primo luogo al Questore Izzo che ha gestito la più grande operazione repressiva della conflittualità sociale che in Napoli si manifesta quotidianamente in un quadro di assoluta noncuranza dei valori e dei diritti personali e collettivi che un qualsiasi stato di diritto ha il dovere di assicurare.
A ben vedere, però, quelli narrati in queste pagine sono avvenimenti che possono essere compresi solo se calati in un diverso contesto: quello di uno stato di polizia.
Leggere per credere…
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